Vendemmia 2026, la più calda di sempre: che cosa cambia per il vino, un anno dopo
Un anno fa avevamo raccontato la vendemmia attraverso gli occhi di chi la vive ogni giorno: la mappatura digitale con cui Banfi decide, ettaro per ettaro, quando raccogliere; la separazione per microzone in quota con cui Colterenzio distingue vigneti che distano poche centinaia di metri ma maturano in tempi diversi; la selezione manuale in più passaggi di Petra; la vendemmia scaglionata con cui Donnafugata insegue la maturazione lungo tutta la Sicilia. Erano ritratti di mestiere: il modo in cui ogni cantina interpreta un gesto antico quanto la viticoltura stessa.
Dodici mesi dopo, il tema in primo piano diventa il cambiamento climatico. Il 2026 è stata, in molte zone italiane, la vendemmia più precoce mai registrata – fino a due settimane di anticipo rispetto agli anni recenti – e non per un’eccezione isolata, ma per una tendenza che i dati raccontano da tempo. Vale la pena tornare a parlarne perché il 2026 ha funzionato come una prova generale, mostrando con chiarezza la differenza tra chi su questo fronte lavora da anni e chi si trova invece a rincorrere una stagione che cambia più in fretta delle proprie abitudini.
Un’annata che ha riscritto le regole ed il calendario
Il segnale più netto è arrivato, paradossalmente, dalla denominazione più regolata al mondo. In Champagne, dove il disciplinare fissa da decenni un tetto massimo di alcol intorno al 12,5%, le autorità hanno concesso quest’anno una deroga temporanea fino al 15%, di fronte a un’annata che Charles Philipponnat, alla guida dell’omonima maison, ha definito “l’opposto di ogni annata normale”. La raccolta è iniziata il 6 agosto, due settimane prima del 2025, e le rese sono scese da circa 9.900 a 7.000 chilogrammi per ettaro. Il paragone che il Comité Champagne ha scelto non è casuale: non le ultime annate difficili, ma il 1921, il 1947, il 1959 – episodi eccezionali nella storia della denominazione. Per chi, come GAG Wines, porta in carta alcune delle maison più importanti di quella regione – da Moët & Chandon a Veuve Clicquot, da Dom Pérignon a Krug – è un promemoria che riguarda direttamente il modo in cui si racconta e si vendono quei prodotti a catalogo nei prossimi mesi.
Il motivo per cui il caldo estremo pesa più sulla qualità che sulla quantità ha anche una spiegazione scientifica: uno studio pubblicato nel 2023 su Scientific Reports da Hewitt e colleghi ha mostrato che, sopra i 30-35°C, l’acino consuma acido malico più rapidamente attraverso la respirazione; il pH si alza, la sintesi degli antociani viene inibita e i polifenoli si degradano, con un effetto diretto sulla capacità di invecchiamento dei vini rossi. È la ragione tecnica per cui un’estate torrida non produce automaticamente un’annata peggiore, ma un’annata che richiede decisioni più tempestive e più precise in vigna e in cantina, il tipo di lavoro che, un anno fa, raccontavamo come tratto distintivo delle cantine che rappresentiamo.
Cosa dicono quarant’anni di dati
Uno studio della NASA condotto con Harvard su quattrocento anni di dati raccolti in Francia e Svizzera aiuta a inquadrare la questione nella sua reale portata temporale. Fino al 1980, le vendemmie anticipate erano legate a primavere ed estati calde e secche: un fenomeno ciclico, riconoscibile. Dal 1981 in poi, il riscaldamento climatico guida le vendemmie anticipate indipendentemente dalla siccità – un cambiamento strutturale nel modo in cui il clima interagisce con la vigna. Uno studio analogo, pubblicato su OENO One e condotto su quarant’anni di osservazioni in Trentino, misura un aumento di due gradi in trentasei anni e vendemmie anticipate di venti-trenta giorni, con un dettaglio che vale la pena riportare perché smentisce una lettura troppo semplice: la qualità dei vini bianchi, in quel periodo, è complessivamente migliorata, mentre gli spumanti hanno risentito in modo più diretto delle giornate sopra i 35°C. Il clima che cambia, insomma, premia chi ha già adattato varietà, epoche di raccolta e stile enologico, e mette sotto pressione chi non lo ha ancora fatto.
Le cantine che si erano già preparate
In Toscana, il Sangiovese di Banfi ha mostrato quest’anno una capacità di tenuta legata anche a un fattore fortunato, le piogge di primavera e di fine agosto, ma i produttori della regione sono stati concordi nel dire che la fortuna non basta più, e che la vera differenza la faranno nei prossimi anni le scelte già fatte oggi su densità d’impianto e gestione dell’acqua: esattamente il terreno su cui si misura un Brunello che deve restare riconoscibile annata dopo annata. In Sicilia, dove Donnafugata lavora, si parla ormai apertamente di “vendemmia dei cento giorni”: le rese sono scese, ma la qualità si è salvata, e non per caso in una regione che il caldo lo conosce da sempre e ha costruito attorno a quella conoscenza gran parte della propria identità enologica recente. Anche il territorio del Lazio, dove ha sede Tenimenti Leone, del gruppo Oniwines, racconta una storia simile: un lavoro sui vitigni autoctoni e sulla sostenibilità che, in una vendemmia come questa, diventa una scelta tecnica con un ritorno misurabile.
Perché conviene guardare ai disciplinari
C’è infine una dimensione che riguarda le regole del gioco, ed è quella su cui insiste Carlo Alberto Panont, tra i più ascoltati esperti italiani di disciplinari di produzione: le regole delle denominazioni, sostiene, andrebbero riscritte ogni cinque anni, non lasciate immutate per decenni mentre il clima in cui sono nate cambia sotto di loro. Non è una posizione ideologica, ma pratica: significa rivedere il portafoglio ampelografico, valorizzare varietà autoctone più resistenti – pensiamo alla ricerca in corso in Provenza sul Nero d’Avola come vitigno resiliente alla siccità – e permettere ai consorzi di sperimentare, come già fatto dal Consorzio dei Colli Euganei riducendo la densità d’impianto per allungare i tempi di maturazione. È un punto di vista che vale la pena tenere presente anche per chi, come noi, si occupa di selezionare e raccontare i vini più che di produrli: le prossime revisioni dei disciplinari non saranno un dettaglio burocratico, ma uno dei fattori che deciderà quali cantine sapranno restare fedeli al proprio stile e quali dovranno reinventarlo.
Se un anno fa la vendemmia ci era sembrata soprattutto un gesto – tecnico, rituale, capace di unire generazioni diverse attorno allo stesso lavoro – il 2026 ci ha mostrato che quel gesto si sta facendo più difficile da programmare e più prezioso da saper leggere. Le cantine che raccontiamo in questo articolo non sono arrivate impreparate a quest’annata: ci sono arrivate con anni di lavoro già investiti proprio nelle direzioni che oggi si rivelano necessarie. È anche per questo che continuiamo a seguirle da vicino, e che consigliamo a chi costruisce una carta vini di guardare non solo all’etichetta e all’annata, ma a chi sta dietro entrambe.
Per costruire o aggiornare la tua carta vini con una selezione che tenga conto di come le singole cantine stanno affrontando il cambiamento climatico, il team di GAG Wines è a disposizione per una consulenza dedicata.
Fonti citate
- Hewitt, S. et al. (2023), Scientific Reports — studio su stress termico e composizione dell’acino
- Comité Champagne; dichiarazioni di Charles Philipponnat (Champagne Philipponnat) — Dissapore
- Cook, B. e Wolkovich, E. — studio NASA/Harvard su 400 anni di dati di vendemmia in Francia e Svizzera — NASA
- Studio su 40 anni di fenologia della vite in Trentino — OENO One
- Dati vendemmia 2026 Toscana, Sicilia e altre regioni — Unione Italiana Vini, Gambero Rosso, WineNews
- Carlo Alberto Panont su disciplinari e cambiamento climatico — Gambero Rosso
- Articolo precedente GAG Wines — Vendemmia: il cuore della viticoltura